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Il Castello Svevo di Randazzo era probabilmente già esistente ai tempi di Federico II di Svevia con una estensione sicuramente superiore a quella attuale. La Torre-Castello è l’unica restante delle sette torri che furono a guardia della città di Randazzo. Fu luogo di detenzione in quanto sede del Giustiziere del Valdemone, prima di passare alla proprietà delle famiglie Romeo e Vagliasindi.
Al suo interno erano presenti il pozzo dei sepolti vivi (in cui i detenuti venivano calati a mezzo di una carrucola), la galleria dei teschi, la camera della tortura e le cellette a forno.
Oggi il castello è un centro culturale permanente e dal 1998 è sede del Museo archeologico Paolo Vagliasindi.

Cenni storici

La storia del Castello Svevo di Randazzo narra che il 27 agosto del 1636, Filippo IV Re di Spagna, in forte bisogno di denaro (come tutti i re spagnoli del tempo) chiese agli abitanti di Randazzo a mezzo di una pergamena reale un’ingente somma di denaro per la Corona. Egli minacciò la vendita in qualità di feudo della città a seguito dell’annullamento della sua demanialità nel caso in cui non avessero pagato. Ovviamente la minaccia ebbe l’effetto sperato e i cittadini raccolsero la somma richiesta. Carlo Romeo, l’11 gennaio del 1640, stipulò l’atto di di cessione col Regio fisco assieme al titolo di Barone del castello.

A don Carlo Romeo seguirono don Pietro Romeo, donna Caterina Romeo, don Giuseppe Impellizzeri, don Paolo Impellizzeri il quale ne fu l’ultimo barone. Il castello successivamente andò progressivamente in rovina per l’incuria. Il tribunale del Regio Patrimonio minacciò l’esproprio del castello e del titolo, quindi don Paolo fu costretto a vendere castello e titolo a don Michelangelo Vagliasindi, il quale detenne il titolo per i successivi 60 anni. Nel 1813 il nuovo Barone don Carmelo Vagliasindi, nell’anno successivo alla Costituzione del 1812 che aboliva la feudalità, cedette in enfiteusi al Comune di Randazzo il castello, per un canone annuale.

Il titolo di Barone del castello rimase a don Carmelo Vagliasindi prima di passare ad altri membri della famiglia fino ad arrivare a Consalvo Romeo, il quale non fu mai infeudato a causa della cancellazione del valore legale di tutti i titoli nobiliari con la Costituzione della Repubblica italiana del 1946.

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