Sono passati giorni da quando Pinuccio è andato a brindare altrove. Il tempo necessario perché il rumore si abbassi, perché il dolore lasci spazio a qualcosa di più nitido. Perché, superata la rabbia e la mancanza, resti ciò che davvero conta quando i riflettori si spengono: l’eredità. Non quella che si misura in cifre o patrimoni, ma quella che continua a vivere nelle persone, nei luoghi, nelle idee. E l’eredità lasciata da Giuseppe “Pinuccio” La Rosa è grande, profonda e concreta.
Ragusa ha perso uno dei suoi interpreti più autentici, ma ha guadagnato per sempre una visione. Pinuccio non è stato soltanto un imprenditore dell’ospitalità ma un costruttore di senso, uno di quelli capaci di leggere un territorio e renderlo più consapevole, più forte, più bello. Ha creduto nella Sicilia quando non era facile farlo, quando parlare di qualità, identità e futuro sembrava un esercizio per pochi ostinati: lui ne era l’antesignano.
La sua storia nasce molto prima dei riconoscimenti, prima delle guide e dei riflettori. Nasce da una famiglia che dell’accoglienza aveva fatto una pratica quotidiana, quasi naturale. Il Lido Azzurro da Serafino, a Marina di Ragusa, non è mai stato solo uno stabilimento balneare ma un modo di stare al mondo, di accogliere senza artifici, di far sentire le persone parte di un luogo. Da lì Pinuccio ha assorbito un’idea precisa: l’ospitalità non è un servizio ma una relazione.
Quella relazione, negli anni, è diventata progetto. Insieme al fratello Antonio, Pinuccio ha trasformato luoghi carichi di storia in spazi vivi, contemporanei, capaci di parlare al presente senza tradire il passato. Ragusa Ibla, con la sua bellezza aspra e barocca, è stata per lui una tela su cui lavorare con rispetto e coraggio. La Locanda Don Serafino non è mai stata solo un ristorante o un albergo ma una vera e propria dichiarazione culturale, un manifesto silenzioso a sostegno di un Sud che può raccontarsi con eleganza, profondità e ambizione.
Pinuccio aveva uno sguardo lungo. Non inseguiva le mode, le anticipava o le ignorava, a seconda dei casi. Amava il bello, il buono, il pensato bene. Era edonista nel senso più nobile del termine: per lui il piacere non era mai fine a se stesso, ma strumento di conoscenza. Un piatto, un vino, una stanza, una conversazione dovevano sempre avere un perché. E se quel perché non c’era, lo smascherava senza troppi giri di parole.
Visionario e diretto, capace di grande entusiasmo e di feroce lucidità, Pinuccio aveva un talento raro: sapeva vedere possibilità dove altri vedevano limiti. E, cosa ancora più rara, sapeva trasmetterle. Con una frase, uno sguardo, una provocazione riusciva a spostarti di qualche centimetro più avanti, quel tanto che basta per cambiare traiettoria. Per molti non è stato solo un imprenditore di riferimento, ma un maestro informale, una guida nei momenti decisivi.

Il suo impegno non si è mai fermato ai confini delle sue attività. Ha sempre sentito forte il dovere di restituire al territorio ciò che il territorio gli aveva dato. Da qui il lavoro nelle associazioni di categoria, la convinzione che l’ospitalità non potesse essere una somma di individualismi ma un sistema fondato su qualità, responsabilità e visione condivisa. Credeva in un turismo capace di generare valore senza snaturare i luoghi, senza trasformarli in cartoline prive di anima.
Progetti come Marina Gourmet nascono esattamente da questa idea, per raccontare Marina di Ragusa come qualcosa di più di una località balneare, trasformarla in un laboratorio del gusto, in uno spazio di incontro tra prodotti, persone e storie. Allo stesso modo, la sua partecipazione a reti di eccellenza regionali era il segno di un’idea di Sicilia fiera, autentica, capace di parlare sì in dialetto ma vestendosi altresì di un poliglottismo straordinario.
E poi c’era l’uomo, con la sua eleganza tutta personale. Solo Pinuccio poteva indossare un doppiopetto con le infradito e risultare credibile. Perché l’eleganza, per lui, non stava nella forma ma nella sostanza. I modi potevano essere a volte ruvidi, a tratti spigolosi, ma dietro c’era sempre una profonda attenzione per il valore delle persone e del lavoro fatto con coscienza.
Oggi, a distanza di giorni, è chiaro che Pinuccio La Rosa non se n’è davvero andato. Vive nei luoghi che ha contribuito a trasformare, nelle idee che ha seminato, nelle persone che ha spinto a credere un po’ di più in se stesse e nella propria terra. La sua eredità è una visione che continua a camminare.
Ragusa e la Sicilia perdono un protagonista, ma conservano un patrimonio immateriale fatto di bellezza, coraggio e pensiero. Ed è forse questo il modo migliore per ricordarlo: continuare a brindare alla vita, come ha sempre fatto lui, senza nostalgia ma con gratitudine.
Ciao Pinuccio, non ti dimenticherò mai.

