Salvo Foti non fa vini, custodisce luoghi.
Da oltre trent’anni lavora con l’ostinazione mite di chi sa che la terra non si domina ma si ascolta e si accoglie.
Ed è incredibile come riesca a dar forma, sostanza ed anima anche agli infratti più reconditi di un territorio. Immaginate dei vigneti abbracciati da lecci in un fazzoletto di Etna a 1.200 metri sul livello del mare, viti secolari coltivate a mano, lontano da ogni comodità, in un angolo dove la Sicilia sembra smettere di essere isola per diventare altitudine e respiro: da qui nasce Vinudilice, un vino rosato fatto di memoria, meditazione e fatica.
Vinudilice non è un’etichetta da scaffale ma un atto agricolo, un rosato che non è moda né fuga spasmodica dal rosso. È una cartolina liquida, nata da decine di varietà antiche – Grenache, Minella Nera, Minnella Bianca, Grecanico, Alicante per citarne alcune – lavorate a mano, senza forzature ridondanti. Il colore è sospeso tra il rame e il tramonto, terroso, vivo, senza eccesso, senza trucco.

Profuma di fragoline, pietra lavica, foglie schiacciate, menta di montagna con un soffio di sambuco.
Il sorso si apre morbido, in orizzontale, poi si tende, si allunga, prende quota. Diventa affilato, diretto, mai compiaciuto.
La freschezza non è agrumata ma alpina, mentre il tannino è un colpo di tacco: c’è ma non lo vedi arrivare. È uno di quei vini che non rincorre ma che, se si sa attendere, racconta tutto. La chiusura è minerale, con una salinità che richiama non il mare ma la roccia viva.
Ogni sorso è un passo lento, fatto di grazia e audacia, un gesto di resistenza delicata che combina edonismo e resilienza.
È un vino umano, non naturale, espressione di quella cultura contadina che racconta di geografia, di antropologia, di un modo genuino di abitare il tempo e lo spazio.


